Viene definito come il prodotto trainante dell’economia agricola, ma dal prezzo di vendita non si direbbe affatto. Il prodotto in questione è la cipolla bianca Igp di Margherita di Savoia, uno simboli della cittadina pugliese nel mondo e regina della cucina locale. Intorno a lei si concentrano i maggiori investimenti di un’intera classe lavoratrice e anche le maggiori problematiche. La stagione della raccolta è iniziata e con essa anche la speculazione economica. «Stiamo iniziando la raccolta dell’Aprilatica – ha affermato Lorenzo Piazzolla arenaiuolo e dirigere provinciale di Direzione Italia -, la prima varietà che matura nel territorio Ofantino. Le problematiche sono state molteplici legate alle condizioni meteorologiche, che hanno decimato vivai e cipolle da seme, e alla mano dell’uomo. Esatto, perché sono stati numerosi gli sfregi sui vivai distrutti coi diserbanti. Ma la piaga più grande è legata al prezzo: i contadini sono costretti a vendere il prodotto a 30 centesimi al chilo, una cipolla Igp che sul mercato riusciamo a trovare invece a ben 3 euro al chilo. Questo nonostante tutti gli sforzi degli operatori del settore che investono per creare lavoro proprio partendo da questo prodotto. C’è una speculazione intermedia che mira non far conoscere al consumatore la nostra cipolla per quello che realmente è».
Quindi dal produttore al consumatore qualche passaggio salta. È come se, una volta acquistato dai magazzini a 30 centesimi al chilo, il prodotto si perda nel buio e spunti sul mercato a un prezzo 10 volte superiore a quello di partenza. «Questo va denunciato – ha continuato Piazzolla -. Non si può più sopportare che ci siano dei meccanismi mirati a decapitare il reddito della famiglie salinare. C’è chi nel consorzio sta investendo tempo e soldi per permettere ai giovani di vivere di questi prodotti, come hanno fatto il propri papà e i propri nonni. Però va sottolineato che il marchio “Indicazione di origine controllata” è strumento vincente solo se si è in grado di utilizzare, altrimenti diventerebbe fallimentare. Il primo passo per aprirci davvero a questa nuova frontiera dell’agricoltura è il ricambio generazionale fra gli arenaiuoli: sempre più anziani e sempre meno giovani lavorano la terra. Dobbiamo dare una svolta ognuno assumendosi le proprie responsabilità. Solo così potremmo produrre un prodotto di eccellenza che dia la giusta certificazione direttamente a chi coltiva la terra».
