«Il 6 maggio scorso, 105 lavoratori di Atisale hanno appreso tramite un freddo comunicato l’avvio della cassa integrazione in deroga, una delle misure previste dal governo in risposta alla situazione di emergenza economica legata al covid-19. Tutti in cassa integrazione, dopo aver lavorato senza sosta in piena pandemia, i lavoratori si sono visti notificare mediante un freddo comunicato una riduzione di lavoro, nonostante abbiamo cercato di fare del loro meglio, sfidando il virus ed ora con la Fase 2 la doccia fredda». Interviene così, in una nota, Emanuele Quarta, del Partito Democratico di Margherita di Savoia.

«L’idea collettiva della comunità produttiva è chiara, ancora una volta c’è il rischio che si facciano pagare i costi di una crisi aziendale ai lavoratori e alle finanze pubbliche, già in passato tramite il consigliere Regionale Ruggiero Mennea avevamo chiesto di vederci chiaro sul futuro di questa azienda prossima ad una cessione ad una nota azienda francese del settore. Avevamo chiesto di conoscere l’eventuale piano industriale e le prospettive di sviluppo, quelche politico ormai andato fuori moda aveva etichettato la nostra istanza come strumentale e inaudita, altri benpensanti ci avevano accusato di difendere lavoratori poco ligi alle proprie mansioni, altri “incompetenti” dicevano che non fosse opportuno entrare in vicende di aziende private, anche se la stessa azienda è attualmente il maggior debitore del nostro comune . Invece crediamo di averci visto lungo, ben consapevoli che tale operazione potesse mettere a rischio uno dei più importanti sistemi produttivi del nostro territorio.
Ragion per cui abbiamo chiesto al Consigliere Regionale del Partito Democratico Ruggiero Mennea di verificare tramite l’assessorato regionale al lavoro se ci siano le comprovate motivazioni per cui è necessario mettere in cassa integrazione lavoratori di strutture che hanno lavorato tanto in questo periodo, sobbarcandosi sacrifici enormi e facendo aumentare il fatturato della stessa.

Il sospetto è lo stesso che avevamo molto tempo fa, non vorremmo che si approfittasse della pandemia per scaricare sulle casse dello stato e sui lavoratori spese di ristrutturazione aziendali. Che cioè “la richiesta di cassa per covid-19 fosse in realtà una misura per far fronte a una situazione pregressa”. Nei giorni in cui lavoravano durante la pandemia i lavoratori atisale erano preoccupati di abbracciare i propri figli quando tornavo a casa, perché avevo paura di contagiarli. Ora, alla paura dell’abbraccio, si sommano la preoccupazioni per un futuro incerto, in cui non sanno se manterranno il lavoro che hanno fatto per tanti anni.

L’auspicio è che si faccia chiarezza sul futuro di questa azienda e che non si faccia come Santa Chiara che prima si fece rubare poi mise i cancelli di ferro».